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mercoledì 2 ottobre 2013

Peperoni ripieni di...?

"...Il modo di produzione del sistema capitalistico
 ha trasformato l'uomo in una creatura ansiosa ed alienata...
La domanda fondamentale infatti è: qual è lo scopo della vita?
 Diventare più umani o produrre di più?..."
Erich Fromm




Sulla scia delle nuove pubblicità che stiamo vedendo in tv, in cui sembra che nell'epoca della globalizzazione si stia cercando di ritornare ai valori quali umanità, condivisione, solidarietà, attenzione verso l'altro, ho pensato a questa citazione di Erich Fromm.

Ma le multinazionali staranno diventando più "umane" o il loro scopo è produrre di più?

E noi come ci vediamo e a cosa tendiamo nella società odierna?

Ho pensato di proporre questa ricetta a me molto cara, perché mi ricorda la tradizione di casa mia e "la semplicità" di cui sono pieni questi peperoni.

Peperoni ripieni di...
10 peperoni piccoli
circa 700 g. di mollica di pane raffermo
olive nere
capperi 
acciughe salate
pinoli
basilico
olio evo

Lavare,  togliere le calotte ( da mettere da parte) e svuotare i peperoni dai semini.
Rosolare in una padella con olio evo la mollica di pane precedentemente bagnata con poca acqua e ben strizzata, aggiungere le olive snocciolate, i capperi, i pinoli, le acciughe a pezzetti ed il basilico, lasciare ben insaporire per qualche minuto.
Riempire i peperoni con il composto di mollica.
Chiudere i peperoni ripieni con le calotte e disporli in una teglia aggiungendo un po' di olio evo e un po' di sale. 
In forno a 180° per circa 40-45 minuti.

Peperoni ripieni di...?



venerdì 5 aprile 2013

Un'esperienza fortemente traumatica...



Penso e ripenso ad un film - documentario visto alcune settimane fa e ho deciso di condividere le mie riflessioni.
"The summit", il documentario di Franco Fracassi e Massimo Lauria presentato al Festival del cinema di Berlino ripercorre i giorni di "follia" del G8 di Genova. "La più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale" parole di Amnesty International con cui si apre il documentario e che preannunciano tutta la "crudeltà" a cui ho assistito, senza parole e sentendomi triste, arrabbiata, impotente.
All'interno del documentario troviamo le testimonianze di persone che si trovavano lì in quei tragici momenti e sono stati sottoposti a tante atrocità, potremmo definirle torture. Amnesty International si batte da anni per l'introduzione in Italia del reato di tortura, ma per ora ancora tutto tace.
Ho ascoltato le testimonianze e letto vari articoli delle persone coinvolte e sono rimasta fortemente colpita dalle "ferite invisibili" a volte anche visibili, che questi essere umani hanno riportato non solo sul fisico, ma anche nella psiche, nelle emozioni, nella memoria .

mercoledì 13 marzo 2013

"La bicicletta verde come simbolo di libertà"



Film di qualità, caffetteria, area lettura e punto d'incontro. Tutto ciò si può trovare in un Cineclub a pochi passi da casa mia. L'aria di accoglienza e di condivisione che si respira rende più "magica" la visione dei cosiddetti “film invisibili”, ovvero quelli mai distribuiti o che non hanno trovato spazio nella grande distribuzione. Ieri sera, insieme ai miei amici di Amnesty International, ho avuto l'onore di vedere un lungometraggio "la bicicletta verde" di Haifaa Al Mansour, la prima regista donna dell'Arabia Saudita.
"La bicicletta verde" è il primo lungometraggio girato totalmente in Arabia Saudita e il primo film ad essere diretto da una donna, la regista Haifaa Al-Mansour, in una terra dove i cinema non esistono.
Il film non è solo un film di denuncia sulla condizione della donna nei paesi arabi,  credo ci sia di più c'è la visione dell'essere umano spesso costretto a seguire modelli che non rispecchiano il proprio essere o la propria visione della vita. Il motore portante del film è il desiderio di Wadjda di acquistare una bicicletta, che rappresenta un simbolo, un mezzo con il quale affermerà la sua personalità in una società che le impone le proprie regole. Il simbolo della bicicletta lo si può accostare al vestito rosso che la madre invece desidera comprare per  riconquistare le attenzioni del marito, ormai vicino  a nuove nozze per avere un erede maschio.Bicicletta verde e vestito rosso sono quindi entrambi simboli di sfide che le donne vogliono affrontare nei confronti di una società che nega loro il diritto alla visibilità, il diritto di appartenenza, il diritto di essere amate per quello che si è.
Ma l'altra caratteristica interessante, che passa "tra le righe", in maniera più nascosta, è la visione della figura maschile, non come despota familiare ma anzi come individuo ugualmente obbligato a comportarsi in un determinato modo dalla società e dalle regole familiari. Il padre di Wadjda è costretto, dalla propria madre, a risposarsi perché deve assolutamente avere figli maschi (la moglie non può più avere figli) anche se ama la sua prima moglie (come si vede in una scena finale).
La "bicicletta verde" è un film che racconta attraverso la quotidianità, le contraddizioni della società, le assurdità di una vita divisa tra i nostri sogni, desideri, l'affermazione della nostra identità e le regole ed i compromessi che spesso siamo costretti a seguire.